colli berici colli berici

Attivita' Artigianali


Lo scalpellino o priàro

Tra le attività che noi oggi diremmo artigianali, fin dall'antichità troviamo quella dei priàri e scalpellini, legata dall'abbondante disponibilità della pietra da taglio.

Gli eredi delle botteghe medioevali vicentine dei taiapiere e dei lapicidi sono i numerosi laboratori della Vai Liona, della Riviera Berica e dell''area occidentale dei Colli, in cui operano artisti che scolpiscono statue ed ornamenti architettonici

Il calzolaio o scarpàro

Gli scarpàri provvedevano non solo a risuolare le scarpe, ma anche a fare le sgàlmare, una specie di zoccoli di legno chiusi da una tomaia in cuoio grezzo, che era acquistata nelle fiere autunnali.

Le donne portavano i zhopùi con la suola di legno. Lo scarpàro ambulante si fermava presso le famiglie più grandi, dormiva nella stalla a nel fienile, e in cambio dei vitto e di qualche soldo riparava le scarpe, le cinghie dei muli e le selle.

Il fabbro o fàvaro

Le fucine dei fàvari erano attrezzate per fare i cerchi alle botti e alle ruote dei carri, per mettere i ferri ai cavalli e ai muli, per preparare attrezzi agricoli e inferriate per le finestre.

I fabbri dovevano poi battere i picchi, in altre parole affilare le mar-telline a doppia punta che servivano ai mugnai per battere i mulini, in pratica per rifare le scanalature consumate alle macine di pietra dura, e ai tagliapietre per incidere le canalette che isolavano il blocco di pietra dalla roccia.

Il falegname o marangòn

I mobili di casa erano pochi: un letto matrimoniale formato da assi sostenute da cavalletti, la cassa della dote, un armàro o cassettiera ai piedi dei letto, un grande tavolo in cucina con le sedie di castagno impagliate e la credenza ad angolo (el cantonale).

Il falegname o marangòn faceva poi i serramenti e i solai delle case, le botti e i carri (ma qui intervenivano gli specialisti, i carrai), usando le essenze locali: castagno, rovere, noce e gli alberi da frutto in genere.

Il fornaio o fornàro

I fornai, invece, un tempo erano piuttosto rari, poichè il "pane quotidiano" delle famiglie contadine era la polenta.

Con il migliorare delle condizioni economiche, i fornai incominciarono a fare il pane con la farina portata loro dal cliente. Poichè doveva durare parecchi giorni, era fatto soprattutto il pane biscotto, che, portato a casa con il bigòlo in ceste di vimini coperte da un telo, era consumato direttamente nel latte o ammorbidito in una terrina d'acqua.

Il mugnaio o munàro

Numerosi erano i mulini ad acqua localizzati lungo la Vai Liona, ad Alonte, a Vo'' di Brendola, nello Scaranto di Barbarano, a Mossano, a Fimon. Nel Medioevo il diritto di costruire mulini apparteneva al Vescovo o al signore locale: la repubblica Veneta continuò a riservarsi il diritto di regolamentare l''uso dell''acqua.

L'attività dei mugnai era considerata non sempre trasparente, per cui circolava su di loro una preghiera particolare: Me segno con robare, sempre seguitare, mai restituire, costo de morire.Amen.

Il sarto o sartòre

La dote per le ragazze era fatta in casa, durante il filò, e costituiva un bene prezioso che faceva parte dei patrimonio familiare.

Prima del matrimonio era valutata da un sarte stimatore, alla presenza di testimoni.

La stoffa era tessuta su telai familiari, usando il filo di lana di pecora preparato con il fuso e la molinella o la canapa (el cànevo) coltivata nel campo e macerata nei fossati.

Al sartòre, al sarto, si ricorreva per il vestito da sposo, un vestito che doveva servire anche per le feste più importanti e per i funerali.

Il seggiolaìo o careghèta

Il careghèta o seggiolaio girava di casa in casa per impagliare sedie, con sulle spalle una faja de caressa (un fascio di carice) secca, un'erba tagliente molto resistente che cresceva lungo i fossati, nei palù.

Quando costruiva una sedia, per i quattro maòni (gambe) usava il legno di castagno ancora verde: da secco, avrebbe rinserrato i pioli (questi già stagionati), senza colla.

Nella tessitura del sedile, dovevano restare nascoste le giunture della paglia e sulla parte esterna dei traverso superiore dello schienale erano incise a fuoco le iniziali del padrone di casa.

L'arrotino o molèta

L'arrotino, chiamato molèta o guzha-molèta, girava per le fiere, per i mercati e per le contrade per guzhare (affilare) coltelli da cucina, ,forbici da sarta, accette per la legna. La ruota della mola era sistemata su una carriola o su una robusta bicicletta ed era fatta girare con il movimento dei pedali.

Il coltello arrotato era rifinito a mano con la piàra da guzhare, finchè: "el parèa on ras&aograve;ro, e se podèa farse la barba" (sembrava un rasoio, e si poteva farsi la barba).

Lo stagnino o mìstro

Il mìstro era un artista nel lavorare il rame delle casseruole delle vecchie cucine, dei secchi e dei caldièri o paioli per la polenta.

Rimetteva i manici alle pentole, con le broche (spezzoni di filo di rame) ben battute chiudeva i buchi delle pignatte e, ai più poveri, dava a nolo il paiolo.

L'ombrellaio o onbrelaro

L'onbrelaro o ombrellaio si metteva in un angolo dei mercato per riparare ombrelli: cambiava manici d'osso, sostituiva marèle (stecche) rotte, rappezzava la tela.

Con un paio di pinze, del filo di ferro, delle marèle di ricambio, ago e filo di fibra eseguiva qualsiasi riparazione.

Ma per il contadino l'ombrello era spesso un intralcio e l'ombrellaio assomigliava quindi più ad un mendicante che ad un artigiano.